




Découvreur des haut cieux
J’ai rencontré pour la première fois Ettore Sobrero chez un patricien Milanais d’une rare qualité qui nous est également cher. La haute pièce ou il nous accueillait avec son plafond ornementé, le classicisme de la décoration si dépouillée, la qualité des meubles, celle des objets d’art était bien l’anticadre de ce qui allait m’être révélé.
D’une valise dans laquelle il fouillait comme dans un trésor, Sobrero faisait jaillir, couchées sur leurs panneaux, des boules de feu, l’entrecroisé spatial, l’élan des fusées. En un clin d’oeil la symphonie avait été allumée et accroupi sans plus nous voir l’artiste à genoux poursuivait l’embrasement jetant, telles des pièces d’un puzzle, de nouveaux brasiers. Quand il se redressa pour reprendre son souffle il se contenta de me lancer: «Depuis l’exploration lunaire on ne regarde plus de la meme façon».
Quelle leçon d’humilité venait de m’administrer l’honnête humaniste de notre temps conscient du renouveau, du bouleversement de données subitement démodées, davantage même insupportables. On est touché par la grâce ou on ne l’est pas.
Toute la question est là. Sobrero est convaincu de l’ouverture d’un Grand Livre et il prend rang dans l’enthousiasme, l’anxiété, le mystère pour apposer sa calligraphie. A vrai dire les magiciens des Heures de Chantilly étaient dévorés d’un feu très semblable: Mais ils étaient miniaturistes alors que notte drame est celui des infinis.
Ce jour là notre amitié fut scellée, pour la seule raison que j’avais compris mon antagoniste. Le don du sentiment est vain, fragile
à l’épreuve s’il n’est pas conditionné par la mise à jour de l’argument.
J’avais devant moi un explorateur jeté à corps perdu dans l’aventure; il allait jusqu’au bout puisqu’il était du voyage. Sans qu’ils le sachent les cosmonautes avaient désormais leur passager clandestin. Le rêve et l’imagination battent aux records de vitesse les étages d’Apollo.
Sobrero se cache dans l’habitacle; il prend des notes; si on le lui permettait il serait le premier reporter graphique des hauts cieux.
Mais il croque déjà sur le vif parce que l’ardeur de la foi qui l’intègre est transcendante. Ils sont quelques aristocrates à avoir compris le sens de la croisade, volontaires pour s’y enrôler. Les lignes de Sobrero sont pures, les firmaments qu’il fréquente sont vierges presqu’encore, tout juste la griffe de quelques paraphes de héros. Ses sillons se modulent; il côtoie la musique. Les galaxies lui deviennent familières; il y voit son chemin et quand il croise un bolide c’est pour lui le présage d’une autre circulation à laquelle il faudra s’agréger si nous voulons, minuscules et géniaux terriens, nous dégager de nos misères. Voici que se tord la matière sous la volonté du peintre; elle se hat en une ronde insensée, sauvage puis d’harmonie en l’éternel combat de la création.
Pourtant la clairvoyance du chercheur, sa passion annoncent la chute; il est plaqué au sol d’un seul coup sans avoir besoin du moindre frein.
Ettore Sobrero est maintenant revenu au laboratoire, le microscope fiché dans l’orbite. Le disciple des pionniers n’est plus qu’un savant, un participant aux recherches d’une école. La déchéance de l’ange, alors? Non certes, mais le retour violent aux sources.
En parcourant le cycle de ses recherches, l’atlas des nébuleuses, j’ai buté sur son Hommage à Teilhard de Chardin. Cinq compositions, cinq actes de foi, qui bénissent la matière parce qu’elle est âpre, dangereuse, universelle, impénétrable, mortelle. N’allons pas chercher midi à quatorze heures. En dehors de cette vérité modeste et fulgurante il n’y a pas d’explication.
George Prade
Una profonda attenzione ai fatti della cultura, una concezione quasi mistica del cosmo e nello stesso tempo un appassionato interesse per il dilatarsi delle esperienze umane proprio in una direzione cosmica.
Facendo suoi quei brandelli deI visibile che sfuggono ad una precisa definizione oggettiva, egli ne ricava pretesti di poesia e ,ne realizza le emozioni con la stupefazione di colui che assiste aI rivelarsi d’un mondo nuovo.
Mario Monteverdi
Chaque toile est un hommage à une experience spatiale. Ce que Sobrero retient de cette grande aventure se traduit par des effets de matière et de rythme nerveux qui évoquent des boules de feu, l’élan des fusées, et les espaces vierges.
Janine Warnos (Le Figaro)
Nelle opere di Ettore Sobrero, aperto ai richiami del moderno misticismo di un Teillhard de Chardin, e partecipe di una civiltà che continuamente mescola motivi di soddisfazione per i suoi alti raggiungimenti tecnologici ad una sempre più profonda insoddisfazione per qualcosa di oscuro ch’è la minaccia d’un benessere fatto scopo a se stesso, i motivi ispiratigli daIla visione di quegli « alti Cieli » non sono resi tanto attraverso un atteggiamento contemplativo rivolto al cosmo come ad un brano di più estesa natura, quanto dall’idea di uno spazio non più inaccessibile, ma anzi umanizzato e ricondotto nei termini d’un inedito paesaggio.
Angelo Dragone

L’universo in miniatura di Sobrero
Scomparso a Milano l’artista che ricreava piccoli mondi in legno o carta. Librerie lillipuziane, piccoli comò pieni di oggetti. Aveva un sogno, rimasto irrealizzato.
Era innamorato dei cassetti tipografici Bodoni. Rappresentavano il fondale delle sue creazioni minuscole, raffinate, preziose: minilibrerie nelle quali riusciva con gusto raro a scavare nicchie, inserire piccole vetrine, incuneare oggetti che racchiudevano volumetti lillipuziani, per lo più classici, attraverso i quali trasmetteva la magia di biblioteche rare, simboliche. Soprammobili che Ettore Sobrero aveva fatto apprezzare in Italia, Stati uniti, Giappone, e in tutta Europa. Adesso che se n’è andato, a novant’anni compiuti ad agosto, tra i figli e i nipoti, giovedì scorso a Milano, all’Ospedale Niguarda, lui torinese trapiantato da decenni a Milano, scorrere la sua produzione fa capire ancora di più quanto sia stato geniale e unico nel suo genere. La sua villa-laboratorio ad Affori, in via Ulisse Salis, alle porte di Milano, era d’altronde lo specchio di un artista capace ancora di divertirsi e di trasmettere emozioni con un’operazione manuale e culturale che incantava. Lo stanzone dove alla rinfusa erano ammucchiati libri grandi come un colibrì, soldatini, mini-immagini, piccole teche da riempire di fantasia, sembrava il deposito di un abitante di Lilliput. E ogni volta non ci si poteva non sorprendere per la capacità con la quale Sobrero riusciva a creare da quel caos infantile dei piccoli gioielli di legno e carta. Da anni non stava bene coi reni, e quasi non riusciva più a vedere. Eppure continuava a lavorare, aiutandosi con delle lenti speciali fatte venire dagli Stati Uniti, per ingrandire . E non smetteva di provare a leggere, o di farsi leggere religiosamente il «Corriere della Sera» ogni giorno dalla moglie Caterina Curcio, che era diventata sua compagna da una vita. Ettore Sobrero imitava nelle sue opere anche il mondo dei giornali: lo affascinava e se ne nutriva. E a suo modo si interessava di politica. Nella metà del secolo scorso era stato un simpatizzante della Sinistra cristiana a Torino. Poi, lentamente era approdato a posizioni moderate. Ma il suo vero impegno era un lavoro che lo divertiva. Lo interrompeva soltanto l’estate quando prendeva il suo camper, la sua sacca con le mazze da golf e se ne andava in giro per l’Italia e per l’Europa, dalla Sicilia alla Scozia. Era capace di sorprendere, nella sua semplicità disarmante.

Una volta fece contattare il senatore a vita Giulio Andreotti per regalargli una piccola libreria personalizzata. Il politico democristiano, abituato al do ut des, chiese che cosa volesse davvero Sobrero. E si sorprese quando il grande miniaturista si presentò nello studio di Palazzo Giustiniani con la sua opera sotto il braccio, avvolta in carta di giornale, con un giubbotto di tela e sotto la maglietta. Non voleva nulla, solo regalare quella sua collezione minimalista ad una persona che, nonostante la fama controversa, riteneva un politico di razza. Avrebbe voluto lasciare qualcosa anche all’Expo di Milano. Pensava a una biblioteca minima ma speciale, per un’esposizione nella quale vedeva una possibilità di riscatto e di rilancio per quella che era diventata la sua città. Non ce l’ha fatta, ma il profilo minuscolo delle sue opere consegna l’immagine di un grande artista e di un intellettuale.
“Il Corriere della Sera” 29 Settembre 2014

SEGNI DI VENTO DELL’ORSA
I segni del vento dell’Orsa: è dunque una semiologia, quella che Sobrero intraprende, muovendo – da anni ormai – i suoi eterogenei strumenti per ricomporsi l’interiore mitologia celeste?
La semiologia – come scienza – deduce le sue caselle mentali, le sue inesistenti strutture insinuandosi fra dati scientifici e documenti concreti; la semeiologia di Sobrero, al contrario, è tutta immaginaria e fantastica, quasi un Borges, un Bestiario cosmografico, un manuale di zoologia cosmica.
Sobrero non ha certo un copioso materiale da ordinare ed analizzare; forse qualche rara fotografia di zelante cosmonauta, forse qualche tecnico artificio di telescopio, può esaurire il suo repertorio di dati concreti: dunque è l’immaginario che funge – e finge – per lui da schedario di questo ininterrotto itinerario tra fantastiche mappe di cielo.
Dovunque segni, tracce, orme, impronte ed immagini che riproducono paesaggi astronomici e memorizzano movimenti di astri magnetici, graffiti e grafie interplanetarie che ricordano millenari eventi cosmici e rimettono in scena, docilmente – per guadagnarsi ancora una volta l’estasi galante dell’occhio contemplatore – pasticciacci da Via Lattea ed incesti fra Pleiadi corrotte.
Ma non vi è certo un indulgere ad antropomorfismi zodiacali, nel vocabolario rigoroso di Ettore Sobrero, ne’ compaiono più i crepuscolari grafismi delle notti troppo umane e liberty dei simbolisti fin de siècle; sono – i suoi – grandi spazi di cielo immaginati vergini di ogni densità umana, ancora mondi di leopardiani dialoghi con il nostro mondo, timorosi semmai di ricevere le deformanti visite di presenze estranee.
La pittura di Sobrero è dunque tutta <<cielomorfica>>, non perchè soltanto campi di cielo riempiono queste sue superfici, ma perchè mai uno stile si impone dall’esterno a violare queste immagini mentali; piuttosto esse stesse invadono ogni volta la bianca pagina a ripetere stereotipi di iconografie sempre difformi: come voler incorniciare tracce di fuochi d’artificio disegnatisi per un attimo sul cielo.
Per questo le tecniche e le poetiche più discordi si ritrovano in Sobrero in questo mistico itinerario verso la perfetta Immagine, platonica idea del Cielo Primario, ormai dispersa e duplicata in queste molteplici immagini decadute, materica pioggia di imperfetti simulacri del Modello Originario.

E’ dunque uno scivolar via di tecniche ed artifici e maniere come in un manuale di storia della pittura, docili strumenti offerti tutti a questo Rito della Ripetizione dell’Archetipo Ideale: la tecnica dell’action-painting – ed è solo un esempio – si spoglia qui di ogni dimensione soggettiva, di ogni densità esistenziale, e sono direttamente le immagini mentali ad agire – senza mediazioni evidenti – nella materia inanimata per comporre questi momentanei disegni di pastiches molecolari.
Come un alchimista prodigo di materiali estravaganti e vili, Sobrero scioglie la propria soggettività per ritrovare questo impersonale Inconscio cosmologico, questa decentrata memoria primordiale di un’immagine mobile ed ancora informata, assente; come un eccentrico viaggiatore settecentesco, segreto lettore di Eraclito ed Anassimandro, egli intraprende il suo viaggio immaginario verso questa architettura cosmogonica e celeste, traccia di eleganti segni il suo taccuino di appunti, e, pagina dopo pagina, inventa la sua invisibile città dell’Utopia, Astolfo che ha già avuto notizia dal Telegiornale dell’allunaggio di Amstrong.
Sobrero fotografo senza obbiettivo di fantasmi immaginati, di interminabili arabeschi dileguantisi già nel gran mare della Memoria.
Marco Vallora
Articoli in primo piano

Presentazione alla mostra Galerie Vendôme – Parigi 1971
Abbiamo incominciato a occuparci di firmamento e galassie e supernovae negli stessi anni, all’insaputa l’uno dell’altro nonostante una vecchia amicizia, lui proiettando pulviscoli di colore sullo sfondo buio della tela, io inventando delle storie che richiamassero i miti cosmogonici primitivi. Se confronto le sue pitture e le mie pagine, vedo che, presi dalla vertigine dell’infinito, abbiamo cercato entrambi il modo più naturale diconsiderarci abitanti dell’universo, ma chi ha saputo muovercisi con un’ilare leggerezza, senza che la sua commozione cosmica venisse mai meno, è stato lui, Sobrero. Mentre io, con la storia che adesso gli spazi siderei ci sono diventati familiari, ho finito per intrappolare l’universo nel linguaggio di tutti i giorni, perdendo le dimensioni altre che andavo cercando. Sarà che chi si esprime col pennello è sempre più felice di chi si esprime con la penna? O che astrattismo e informale conservano il privilegio d’essere affrancati dal peso diretto o indiretto della parola?
Oppure, al contrario, sarà che la pittura di Sobrero è soprattutto illustrazione d’una sua interrogazione e contemplazione del cielo, d’un dialogo tra Eraclito e i Salmi tra Lucrezio é l’Apocalisse, tra Jules Verne e Teilhard de Chardin?
ITALO CALVINO

Presentazione alla mostra “Gli Alti Cieli di Sobrero” Galleria d’Arte San Vitale –
Bologna 3 febbraio 1973
La pittura di Sobrero, così conclusa e, insieme, svariante per linee d’infinito, suggerisce una adesione quasi panica ai moti limpidamente avvertibili della natura, ma di una natura folta di misteriose assonanze e di stranite geometrie, lontana e vicinissima. Sono, le strade deI suo racconto, consuete alle meditazioni dell’uomo e alle antiche solitudini dell’animo teso all’altro da sé, allo straniamento che definiamo “poetico” ma che si identifica sempre con i moti concreti e perfino terragni del vivere la “realtà”, intesa però in senso dilatato oltre i limiti dell’hic et nunc, esistenziale, come dimensione inabitata del mondo esteriore ed interiore.
Per questo io non credo che la pittura di Sobrero possa definirsi “astratta”, ma semmai di fredda vertigine dell’essere: vi passa il ricordo d’antiche mitologie – o d’antiche filosofie – dello scorrere e del divenire, frammisto a una sorta di furor arduus Lucreti, momento antinomico e insopprimibile di ogni vera tensione alla natura.
Nulla, quindi, di “astratto”, e tanto meno di “informale” – momenti d’opposti assoluti, idealistico il primo, esistenziale il secondo – mi sembra esservi in queste tele ove il cosmico si attua nell’immagine (solo apparentemente pacificata ma invece inquietissima) che batte strade di limpidi spazi, caricandosi dei segni del dramma e assumendo in sé, lasciandole interagire nel processo di sintesi poetica, le spinte dell’ordine e del disordine. Solo in questo senso si può parlare, a mio avviso, di “armonie” che, se sono nel cammino degli astri e negli ordini imperscrutabili di una natura esterna all’uomo, non possono ripetersi in ciò che dell’uomo è creazione e progetto, come l’opera ,d’arte, momento concretissimo del fantasticare dell’individuo che interroga e si interroga. Sarà, come ha scritto Italo Calvino – che la pittura di Sobrero è soprattutto illustrazione d’una sua interrogazione e contemplazione del cielo, d’un dialogo tra Eraclito e i Salmi, tra Lucrezio e l’Apocalisse, tra Jules Verne e Teilhard de Chardin? lo credo di sì, se a queste grandezze può aggiungersi, come s1i deve aggiungere, la misura più quotidiana specifiche sollecitazioni di poetica, il rovello se non l’angoscia dell’operare qui ed ora che rende “presenti” queste opere riecheggianti gli spazi e i ritmi inconcepiti della assenza.
Potremmo parlare delle suggestioni dello “spazialismo”, o di quelle tendenze che, senza essere astratte, sembrano escludere l’uomo per ritrovarne la più essenziale complessità nel tracciato di diagrammi simbolistici o nel disporsi del gioco di intricate linee di forza, ma io credo che ‘il discorso propostoci da Sobrerosia, al limite, di più straordinaria semplicità, mirando esso a quegli orizzonti di stupita conoscenza che l’arte riesce, più che a disvelare, a fare intuire all’uomo. Ha ragione Luigi Carluccio quando dice che per Sobrero la pittura è uno strumento di sottili riflessioni spirituali e nel tempo stesso eccitazione fantastica, perché le visioni evocate si collocano ordinatamente su un itinerario come elementi di conoscenza, fantasiosi ma non per questo improbabili…
E’ in questa “fantasiosa probabilità” che l’immagine trova le ragioni più convincienti del suo essere, deI suo farsi per noi, mistero, illusione ed allusione che si sente e non si sa. Sobrero traccia disegni dell’ignoto che ci appartiene: non saranno soltanto luci di pianeti spenti o improvvisi bagliori di meteoriti a riflettersi sulle sue tele, ma i solchi e i brividi che infrangono gli equilibri dell’inconscio, ed emergenze strane di armonie incommensurabili con la realtà; che non sia realtà, appunto, dell’immagine. Ciò che mi sembra Sobrero neghi è l’angustia della dimensione logica, la ineluttabilità del quotidiano l’imagerie costruita per la lettura massificata e massificante.
L’ampiezza del suo “rationale” presuppone un mondo “altro”, una ragione delle stelle che non è al di sopra o al di là dell’uomo, ma anche l’uomo frequenta percorrendo se stesso.
Franco Solmi
L’imimaginazione astratta deI Sobrero coincide infatti con un pensiero metafisico. E’ la trasformazione o metamorfosi spontanea di un’idea poetica che sublimando le cose conosciute ci presenta le cose che stanno fuori dal mondo conosciuto. E ‘ uno strumento di sottili riflessioni spirituali e nel tempo stesso d’i eccitazione fantastica, perché le visioni evocate si collocano ordinatamente su un itinerario di penetrazione dei misteri del cosmo, e plasticamente si configurano come elementi di conoscenza, fantasiosi ma non per questo improbabili, di 1quella creazione che le teorie piu recenti tendono a definire « creazione continua ».
Luigi Carluccio



Dans une calligraphie personelle, vivante explosive, il imagine dans un perpétuel envoi la course des élément, le mouvement des galaxies, et la mantière qu’il utilise se gonfie, se coupe, éclate ou s’étale sans cesse triturée par l’imagination et le rêve.
L. Schouer (Carrefour)
Sobrero est un calligraphe de l’espace, d’une incroyable virtuosité. il écrirt un univers fascinant avec une rare har-
diesse, sans monotonie ni insistance didactique. Il est «voyant. Est-il hanté par la Chute de l’Ange? Que non! Il raconte une épopée fantastique. A nous d’en chercher, d’en trouver l’ultime et appressante signification.

M.H.R. Friedmann (Le Meridional)
Des coups de pinceau hardis fulgurants, jettent en des tons vìfs et claire, l’aventure d’une matière travaillée dans I’enthousiasme, transposition plastique et poetique de la matière intersidérale en devenir.
lci l’abstraction et la vérité des mutations et des mouvements vertigineaux ne font qu’un.
Robert Vrinat (Nouveaux Jours)
… L’esatta angolazione della Luna con la Terra, che Sobrero fedelmente volle interpellare traducendo in segni grafici e in puntinatura di alta suggestione, imprimendovi il proprio sentire, un desiderio atavico di nuovi mondi, nuove scoperte, nuovi linguaggi; una ricerca di purezzaintenzionalmente proiettata in un futuro coabitabile dove l’infinito e le sidere stelle non saranno più mondi sconosciuti o lontananze possibili solo all’attuale cervello di un computer ma un fattore concreto come la polvere ed i sassi della stessa Luna.
Mariarosa Barani
Ettore Sobrero – Presentazione alla mostra – Galleria La Cittadella, Torino – 1974
Sono passati alcuni anni, da quando presentai la prima mostra di Ettore Sobrero; ed altri intanto si sono dovuti occupare di lui; perché la sua pittura ha continuato ad essere una realtà concreta, dimostrando che le prime cose vedute, le sottili tracce astrali su un cielo d’oro, non erano soltanto il prezioso sofisticato fenomeno di un abile divertimento da un uomo colto e sensibile. Calvino, per esempio, per una mostra di Sobrero a Parigi ha scritto: “Se confronto le sue pitture e le mie pagine, vedo che, presi dalla vertigine dell’infinito, abbiamo cercato entrambi il modo più naturale di considerarci abitanti dell’universo; ma chi ha saputo muoversi con un’ilare leggerezza, senza che la commozione cosmica venisse mai meno, è stato lui, Sobrero. Sarà che chi si esprime col pennello è sempre più felice di chi si esprime con la penna? O che astrattismo ed informale conservano Il privilegio di essere affiancati dal peso diretto o indiretto della parola?”. Ancora tre anni fa Calvino, come già io alla prima uscita in pubblico di Sobrero, usava il termine astrattismo: un termine in un certo senso appropriato, giacché Sobrero inventa l’oggetto della sua pittura e lo raccoglie così lontano, al termine di un viaggio dell’immaginazione e della fantasia che i suoi propri contorni sfuggono alla nostra conoscenza immediata.
Esprime anche, la sua pittura, l’adesione esaltante di un individuo, cioè di un’entità quasi trascurabile, alla immensa ed inesauribile vitalità del cosmo, ed i suoi stupori nella contemplazione dei cieli più alti. Cieli, che Sobrero visita confortato, guidato dagli echi di luce antiche e moderne: le voci di Eraclito e dei Salmi, di Lucrezio e dell’Apocalisse, di Jules Verne e di Teilhard de Chardin. Ora si è aggiunta al coro la voce di Messier, che Luigi XV chiamava “furet des comètes”, che era, annota Sobrero, cacciatore tenace di tante altre cose della carta celeste, molto meno effimero delle comete.

Messier, con il suo vecchio catalogo dei corpi celesti dall’antichità ai suoi giorni, ci dice che la figurazione di Sobrero non è un’astrazione, ma il luogo delle poste di un lungo viaggio di esplorazione dentro una realtà di cui non è possibile dubitare. Una realtà trafitta dai Cosmos, dai Pionieer, dai Mariner, dagli Skylab, dai moduli lunari, dai satelliti che braccano Venere e Marte. Sobrero corre nella loro scia, almeno per una frazione del loro lungo volo. Astratta dunque resta, proprio perché portata al limite del sublime, l’immaginazione di Sobrero; direi anche la sua posizione spirituale, nella misura in cui, come ha detto molto bene Franco Solmi, egli traccia disegni “di un ignoto che ci appartiene” e “non saranno soltanto lucidi pianeti spenti e improvvisi bagliori di meteoriti a riflettersi sulle sue tele, ma i solchi, i brividi che infrangono gli equilibri dell’inconscio, ed emergenze strane di armonie incommensurabili con la realtà che non sia realtà, appunto, dell’immagine”. Se al senso di queste analisi critiche congiungiamo, come pur si deve fare tanto si integrano e si illuminano a vicenda, i valori ammonitori, profetici, mistici contenuti nelle voci dei suoi ispirati suggeritori antichi e moderni ci rendiamo conto che Sobrero dà una forma sensibile ad una idea di natura che noi conosciamo per rapidi ammiccamenti, per brevi filanti trapassi nel nostro campo visivo: soprattutto per concetti la cui forma è essenzialmente geometrica e matematica. Le figure di Sobrero entrano allora in un campo molto più complesso e misterioso ed affascinante: il campo dei simboli.
I monotipi dell’Omaggio a Messier, sono campi magnetici di materia preziosa e rutilanti, di cui si ha l’uguale soltanto nei vetri di Tiffany, nella Stanza dei pavoni di Whistler, nella decorazione di Klimt al Palazzo Stoclet. Osservando i dipinti raccolti intorno al tema Lo spazio intorno, omaggi ai lanci nello spazio; l’Azur e il Meteor IV, il China I e quest’ultimo soprattutto col suo colore rosso dolce e penetrante, mi accorgo che le strutture visionarie di Sobrero hanno lo stesso slancio delle architetture di Kupka; cattedrali di luce, canne d’organo, vortici aerei e marini, inflorescenze alate. Nelle ultime opere, i bassorilievi di Altri corpi vaganti; L’anguria di mercurio, L’asteroide troiano,L’oggetto da spiegare, l’onda che la materia segue nel suo coagularsi e prendere forma è quella capricciosa dei disegni di Obrist e di Endel. Ho detto che l’arte di Sobrero entra nel campo dei simboli, ma in quello particolare in cui lo spirito di ricerca strumentale e formale, che anima le epifanie dell’Art Nouveau, attizza una fantasia che ha il potere di inventare i propri fantasmi, ed una virtù di logica tanto nitida e serrata nei suoi lineamenti dialettici da essere in grado di rappresentare in modo credibile quei fantasmi.
Così l’opera di Sobrero si presenta come la trasformazione o la metamorfosi di elementi fantastici in altri concetti, cui l’artista affida il compito di raffigurare tante cose che stanno fuori dal cerchio delle nostre abitudini. È uno strumento di esaltanti riflessioni spirituali e al tempo stesso di straordinarie lievitazioni fantastiche e psicologiche. Le sue visioni si collocano su un itinerario che penetra gli strati più lontani e misteriosi dell’universo; si offrono come oggetti non controllabili, ma non per questo improbabili, di conoscenza delle creazioni, che le teorie più recenti definiscono “continua”. Una creazione che possiede in sé, da sempre, il suo disegno, il suo ritmo, i suoi tempi.
Sobrero ci ricorda anche questo. I suoi corpi vaganti, le loro forme, il loro moto, la loro durata, ci vengono incontro o si allontanano in uno spazio sul quale l’artista ha inciso in oro le trame di circuiti stampati, di patterns elettronici, come stemmi araldici.
Luigi Carluccio


